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“Prassi imprenditoriali e CSR nei Distretti del Veneto”, progetto Cà Foscari

   Al inizio di quest’anno, presso l’Università Cà Foscari di Venezia, è stata presentata la Ricerca “Prassi imprenditoriali e CSR nei distretti del Veneto”.

 L’indagine, svolta dall’Università di Cà Foscari in collaborazione con Unioncamere del Veneto e sostenuta dal Fondo Sociale Europeo, è stata sottoposta sotto forma di questionario a 500 aziende regionali di Vicenza, Padova, Treviso, Verona, Venezia, Rovigo, Belluno. L’anno di inizio dell’attività è: entro il 1969 (24%), dal 1970 al 1979 (18,6%), dal 1980 al 1989 (25,4%), dal 1990 al 1999 (17,9%), dal 2000 in poi (14,0%). Come forma giuridica sono: società di capitali (60,1%), società di persone (24,6%), ditte individuale (11,6%) e altre forme (3,6%). Le aziende fanno parte dagli seguenti settori di attività: industria (43,5%), commercio (15,7%), costruzioni (5,3%), altri servizi (38,7%). Il fatturato è: da 0 a 2 milioni di euro (57,8%), da 2 a 10 (24,3%), da 10 a 50 milioni di euro (13,9%), oltre 50 milioni di euro (4,0%). Il numero dei dipendenti varia da 0 a 9 – 40,3%, da 10 a 49 – 42,5%,da 50 a 249 – 13,9%, oltre 250 – 3,2%.

40,8% delle aziende non avevano mai sentito parlare di Responsabilità Sociale d’Impresa (CSR) ! L’altro 59.2% conoscono i strumenti di CSR però non gli applicano nella misura in cui gli conoscono. Fra gli esempi sta AA1000 conosciuta da 100% delle aziende che però non viene applicata, seguita da Global Compact, le linee guida OCSE e il Libro Verde della Commissione Europea conosciuti in stesso percentuale che però vengono applicati da 5,9%, 6,3% e rispettivamente il 11,4% delle aziende. Sono conosciuti in percentuali da 85,6% a 98,1% gli altri strumenti di RSI: Certificazione ISO 9001 (applicata dal 59,6%), Codici Etici (41,0%), Bilancio Sociale (21,3%), Certificazione ISO 14001 (22,0%), Carta dei Valori (24,8%), Bilancio Ambientale (18,0%), Sa8000 (16,9%), Certificazione OHSAS (22,8%), Regolamento EMAS (7,4%), ISO 26000 (9,4%), Progetto CSR-SC (16,7%).

Le aziende hanno risposto alle domande sulla adozione delle politiche di RSI verso la comunità, i dipendenti, i fornitori, clienti/consumatori e l’ambiente.

   Verso la comunità le aziende adottano le seguente politiche di RSI: donazione nel sociale 63,8%, sponsorizzazioni 59,2%, partnership con enti no-profit 20,2%, altro 16,4%.
Verso i dipendenti vengono adottate le politiche: tutela della salute e della sicurezza sul posto del lavoro 88,8%, flessibilità di orari 68,6%, benefit aziendali 51,9%, stage formativi 51,6%, mediazioni con circuiti bancari al fine di ottenere prestiti o mutui 17,4%, benefit di conciliazione vita-lavoro 14,0%, disponibilità di alloggi 9,7%, altro 15,1%.
Verso clienti/consumatori: attenzione alla satisfazione del cliente 86,3%, sicurezza del prodotto 65,9%, materiali informativi 61,0%, ufficio clienti 32,9%,altro12,9%.
Verso i fornitori: monitoraggio catena di fornitura 56,6%, forme di pagamento veloci 55,4%, altro 20,0%.
Verso l’ambiente : riciclaggio (fotocopie fronte-retro, raccolta differenziata ) 92,2%, riduzione emissioni inquinanti (aeree, sonore) 54,3%, razionalizzazione delle risorse idriche e di energia elettrica 40,3%, impiego di packaging ridotto e/o ecologico 32,9%, impiego di energie rinnovabili 20,2%, altro 12,8%.

Per la definizione delle politiche di RSI le aziende coinvolgono o consultano i seguenti soggetti: sindacati 24,3%, lavoratori 80%, enti pubblici/istituzioni 46,1%, rappresentanti della comunità territoriale 28,2% si, clienti/consumatori 60,7%, fornitori 58,8%.

Le principali ragioni che hanno spinto le aziende ad intraprendere politiche di RSI sono: miglioramento dell’immagine dell’azienda 67%, soddisfazione da parte dei dipendenti 55,9%, riduzione del numero di infortuni sul luogo di lavoro 49,8%, fidelizzazione della clientela/dei consumatori 41,9%, riduzione dei costi (produttivi/energetici) 34,8%, spirito solidaristico 30%, rafforzamento con il territorio o con la comunità 29,5%, aumento della competitività 22,5%, capacità attrattive nei confronti di risorse umane 18,1%, spirito religioso 8,4%, aumento della produttività 7,9%, altro 15,0%.

Le aziende comunicano queste politiche di RSI attraverso i seguenti modi: etichette sui prodotti 15,2%, brochure e altro materiale informativo 47,8%, sito web/newsletter 40,8%, altro 46,7%.

Le principali difficoltà nell’adozione di politiche di RSI sono: costi elevati 55,8%, mancanza di incentivi economici da parte delle istituzioni 55,8% , burocrazia eccessiva 51,2%, scarsi ritorni economici e competitivi a fronte dei investimenti reali 49,8%, scarso interesse da parte dei clienti/consumatori 25,6%, scarsa collaborazione da parte dei fornitori 21,4%, scarsa collaborazione da parte dei dipendenti 13,5%, altro 6,5%.

I risultati emersi mostrano che più della metà delle aziende è a conoscenza di queste pratiche, ma che ne vengono applicate solo alcune, principalmente le certificazioni. Tutti concordino invece sulle difficoltà date dai costi elevati e dalla burocrazia eccessiva e complessa: quasi il 92% degli intervistati ritiene doveroso un intervento pubblico per incentivare l’attuazione delle buone pratiche.
Il 91,7% delle aziende ritiene auspicabile un intervento pubblico nell’incentivo delle politiche di RSI, attraverso: sgravi fiscali 93,6%, semplificazione della burocrazia 96,7%, incentivi e premi 85,1%, maggiori punteggi nelle gare di appalto e nei bandi di finanziamento 80,5%, enti di certificazioni statali anziché privati 48,5%.

In riferimento alle politiche di RSI adottate dalle aziende, sono considerate vere le seguenti affermazioni:
– 49%, è difficile valutare quali siano stati i vantaggi conseguiti
– 29,5%, i costi sono sostenibili
– 29,1%, i vantaggi conseguiti sono inferiori ai costi sostenuti
– 12,3%, i vantaggi conseguiti sono superiori rispetto ai costi sostenuti
– 12,3%, i costi sono insostenibili
– 5,5%, i vantaggi conseguiti sono uguali ai costi sostenuti

In relazione all’attuale periodo di crisi, la RSI e percepita come:
– un dovere etico-sociale 63,7%
– uno strumento utile per la sostenibilità aziendale 32,3%
– un investimento 24,8%
– un mezzo per rafforzare la competitività 24,8%
– uno strumento di innovazione strategica 22,1%
– una spesa superflua 8,0%
– una via per uscire dalla crisi 5,3%

Nel futuro prossimo le aziende intendono: mantenere le politiche RSI finora adottate 59,8%, aumentare gli investimenti RSI 35,3%, diminuire gli investimenti RSI 1,8%, non adottare politiche RSI 3,8%.

Solo il 13,4% delle aziende conoscono il progetto “CSR Veneto” di Regione e Unioncamere Veneto per promuovere la RSI. Se ritiene che il progetto sia utile per la diffusione della RSI in misura: 31,3% abbastanza, poco 6,3%, molto 17,9%, non so 43,8%, per nulla 0,9%.
Il 61,7% sarebbe favorevole al riconoscimento di un marchio qualità da parte della Regione Veneto per le imprese socialmente responsabili, il 30,6% hanno risposto non so e solo il 7,7% hanno risposto no.

Ringrazio Dott.ssa Valentina Cagnin, dottoranda di Ricerca presso l’Università Cà Foscari di Venezia, in Diritto europeo dei contratti civili, commerciali e del lavoro, per il ramo del diritto del lavoro, per avermi messo a disposizione i dati necessari.

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CSR, informazioni utili

          Ho trovato sul sito http://www.greenbiz.it “i 5 errori da evitare per comunicare in modo corretto le strategie green di un’azienda”:

1)  Non focalizzarsi sul breve periodo

2)  Non cominciare troppo tardi

3)  Seguire un processo di redazione ed approvazione chiaro e strutturato

4)   Non omettere dati rilevanti

5)  Non dimenticare la relazione tra indicatori qualitativi e quantitativi

Buona lettura!

La CSR porta profitti?

Il coinvolgimento delle grande imprese nella filantropia può portare, in alcuni casi, vantaggi significativi in termini di finanziaria, perché un prodotto promosso anche socialmente è venduto meglio. Negli Stati Uniti molte aziende hanno costruito un giro di affari di successo con delle generose donazioni alla comunità per cause umanitarie. L’esperienza di queste aziende e di vari studi indicano che il coinvolgimento nella comunità genera profitto. Uno studio a livello europeo da MORI (Market & Opinion Research International) rivela che il 70% dei consumatori preferisce prodotti o servizi di un’azienda coinvolta nel risolvere i problemi sociali e ambientali. Il stesso studio mostra che quasi la metà dei consumatori sarebbe disposta a pagare di più per i beni o i servizi di una società socialmente responsabile.

Le donazioni, sponsorizzazioni e responsabilità sociale delle imprese sono forme attraverso le quale le aziende possono interagire con la comunità in cui operano. La differenza tra responsabilità sociale di un’azienda e la filantropia è che la prima comporta il sviluppo di una strategia per il coinvolgimento nella comunità e la collaborazione da quale la società, a sua volta, ha un guadagno. Il spirito self-help che sta alla base di filantropia viene sostituito con un rapporto reciproco che avvantaggia entrambe le parti. La maggior parte delle aziende che hanno adesso una strategia ben definita di responsabilità sociale aveva iniziato con donazioni e sponsorizzazioni realizzate ad hoc.

L’etica degli affari vuol dire introdurre negli decisioni quotidiane e nelle strategie di management, anche delle norme diverse da quelle imposte dalla legge. Un’azienda è socialmente responsabile nella misura in cui tiene conto non solo degli interessi dei propri azionisti ma anche degli interessi di tutti i gruppi che vengono influenzati dalle sue attività. Pertanto, l’etica degli affari è un costo. Per le aziende l’etica costa: soldi, risorse umane e di tempo, competenze, opportunità, tale investimento o sviluppo. Inoltre l’ etica degli affari e la sua maggior parte visibile, la responsabilità sociale delle imprese, sono opzioni non determinati dalla legge. In forma classica la filantropia aziendale, in formato disciplinato le donazioni e le sponsorizzazioni o in formato moderno i programmi di Corporate Social Responsibility (CSR) integrati nelle strategie di management, la responsabilità sociale d’impresa è stata percepita per molto tempo come un costo più o meno necessario , un lusso delle grande aziende.

SESA SpA: la voce del Presidente; responsabilità sociale d’impresa e filosofia aziendale…

L’esperienza accumulata durante le ore di teoria del nostro corso, essendo stati ospiti di SESA SpA, ci ha portati a parlare con il Presidente Mario Sandrin (foto sotto). Ringraziandolo sin d’ora per la professionalità profusa alla causa, di seguito vi riporteremo quanto emerso da una nostra breve intervista. Dalle parole dello stesso Presidente si potrà cogliere l’attenzione dedicata dall’azienda a tutte le sfaccettature dei suoi servizi rivolti alla collettività.

Gentile Presidente, cosa vuol dire Responsabilità Sociale d’Impresa per SESA? 

Non amo usare definizioni accademiche, quindi vi dico che ho la fortuna di presiedere e rappresentare i lavoratori di SESA e personalmente ritengo che l’impresa non sia un concetto astratto, ma la somma delle azioni di tutti noi. Dall’ultimo dei Presidenti al primo dei Collaboratori, ognuno per la propria mansione, tutti noi cerchiamo di fornire il nostro importante servizio alle persone e alle comunità con comportamenti corretti, trasparenti e responsabili. Ci occupiamo principalmente di rifiuti urbani ed ogni giorno cerchiamo di conseguire un servizio quanto più Sostenibile ponendo attenzione e rispetto alla Natura, ai territori che ospitano i nostri impianti ed a tutti i cittadini che abitano le zone da noi servite . Questa filosofia ci deve contraddistinguere in tutto ciò che facciamo perché dobbiamo salvaguardare il nostro presente ed il nostro futuro nel tentativo di lasciare un ambiente migliore alle generazioni che ci succederanno.

Qual ‘è la strategia sociale di SESA?                                                                                                 

Agli occhi di un management “vecchio stile” non vi sarebbero esigenze per una strategia sociale legata al riconoscimento e al conseguimento di una posizione sul mercato dei rifiuti. Oggi, per essere riconosciuti dai potenziali clienti, nel mondo dei servizi ecologici è rilevante dare soluzioni sempre meno impattanti e sempre più economiche; infatti questo è ancora possibile in quanto si è ancora lontani dal mitico obbiettivo del rifiuto zero . I classici investimenti in ricerca e sviluppo restano fondamentali a supporto di un’azione di marketing tradizionale. Detto questo, proprio la tematica dei rifiuti abbisogna del coinvolgimento di tutti i cittadini per la sua gestione e soluzione; conseguentemente per SESA diventa fondamentale la percezione dei benefici sociali connessi alla sua presenza e azione. La Nostra azienda si interessa della promozione del benessere sociale e ambientale nelle comunità ove hanno sede gli impianti prescindendo dal motivo di differenziarsi dai competitors, ma perseguendo la fiducia dei cittadini. Quindi la responsabilità sociale è parte integrante della politica aziendale di SESA e, tra le altre cose, questa strategia mira anche a creare rapporti stabili e non sporadici con organizzazioni no-profit creando, perché no , anche occasioni di lavoro.

Quali sono gli stakeholder di SESA? Come li ha mappati?  

Individuare gli stakeholder di SESA può diventare un lavoro lunghissimo per la miriade di attività, ambiti e contesti che tutti i giorni si affrontano. Rispondo in maniera sintetica ma non superficiale: i cittadini di Este sono stakeholder primari, infatti, sono i proprietari di SESA rappresentati dal Comune. Sicuramente la componete pubblica ha reso sensibile la società al territorio, ma è doveroso precisare che si è completata nella sua filosofia anche grazie alla componete privata, sia in termini di efficienza che di ricerca e sviluppo. Mi capita di mappare i portatori di interesse per azioni o obiettivi di governance grazie al valido supporto fornito dalla teoria manageriale (azionariato, fornitori, management, sindacati, dipendenti, banche, clienti, enti pubblici, associazioni e fondazioni di varia natura ed estrazione, associazioni di categoria, ecc..) , ma credo di non aver mai identificato tutti i possibili stakeholder di SESA vista la moltitudine di piccoli interlocutori polverizzati nelle zone dove offriamo i nostri servizi.

 Quali sono la missione e la visione di SESA?

Qualcosa può essere emerso durante le risposte precedenti , ma sinteticamente potrei dire:
“ correttezza e trasparenza nei confronti degli azionisti e degli altri stakeholder; gestire la società con integrità, efficacia ed efficienza; permettere alle proprie risorse umane un congruo livello di sicurezza, di benessere e lo sviluppo delle loro conoscenze ; esercitare la propria attività nel rispetto dell’ambiente e dei principi legati alla sostenibilità “.

Cosa prevedono le vostre politiche di Sviluppo Industriale per i prossimi anni? 

Dopo cinque anni di tumultuoso sviluppo aziendale, sia a livello impiantistico che a livello di organico (sono più che raddoppiati i collaboratori di SESA in questo periodo giungendo a quota 200 dipendenti) , si sta cercando di esportare la nostra tecnologia in altre regioni e perché no, in altre nazioni.

Che forme di prevenzione in materia di sicurezza ambientale ha adottato SESA?

Ovviamente viviamo in una Regione dove certi argomenti non vengono lasciati al caso o alla buona volontà delle singole aziende, specie in tema di rifiuti. Ovviamente sono state applicate tutte le disposizioni di Regione, Provincia, USL, ARPAV ed i controlli interni ed esterni, pianificati o a sorpresa da parte degli enti citati, sono all’ordine del giorno.
Parallelamente a quanto anzidetto è bene ricordare che sono attuati dei continui monitoraggi su matrici, fossi pensili, falde ed emissioni in atmosfera e, a fronte della consolidata esperienza in materia, SESA spesso collabora con il legislatore per migliorare processi e controlli.
Parlando di riscontri tangibili l’evento alluvionale del 2010 ha messo a dura prova gli impianti causando parecchi danni, ma i sistemi di sicurezza ambientale previsti hanno retto benissimo e non vi è stato alcun sversamento di rifiuto.

Guardando l’organigramma di SESA non abbiamo trovato il Dipartimento Marketing; quale sarebbe il motivo di tal assenza?

Non c’è il dipartimento ma la funzione c’è ed è sotto il coordinamento della presidenza con delle collaborazioni anche esterne. Ovviamente tutto è perfettibile e si dovrebbe fare di più, ma, come ho più volte ho detto durante il corso del mio mandato, SESA, essendo basata su una struttura bicefala (spesso punto di forza nel suo agire), ogni tanto ci mette un po’ a sincronizzarsi.

Rispetto all’immagine sotto riportata, in quale iniziativa strategica collocherebbe SESA a fronte delle sue politiche gestorie? 

Sviluppo sostenibile perché l’azienda ha pienamente coscienza del suo ruolo all’interno della società e, partendo da tal prospettiva, mira a far evolvere il suo modello di business verso obiettivi sempre più ispirati a fini etici e responsabili.

Quali strumenti di rendicontazione adotta l’azienda per divulgare i risultati raggiungi in ambito: sociale, ambientale ed economico?

Fino ad oggi la rendicontazione EMAS. Per il futuro anche il bilancio di sostenibilità .

Notando le certificazioni conseguite ci domandiamo: “avete intenzione di raggiungere eventuali ulteriori attestazioni in ambito procedurale?”

Con l’EMAS si è raggiunto il massimo delle attestazioni volontarie relativamente alle prestazioni ambientali e alla loro trasparenza .

SESA, a fronte dei notevoli quantitativi di energia prodotti e consumati, predispone il Bilancio Energetico?

Si, in occasione della richiesta di attribuzione dei certificati bianchi. Questa certificazione mira ad attestare la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile relativamente però alla non emissione di CO2 di origine fossile in atmosfera . Per intenderci, nel 2011 SESA ha prodotto energia da fonte rinnovabile equivalente al consumo anno civile di 15000 famiglie.

Vista la congettura economica e le difficoltà di assunzione per i cittadini disoccupati, quali sono le procedure attuate da SESA per evitare forme di discriminazione tra gli aspiranti ad un posto di lavoro?

Responsabilizzando i dirigenti dei vari reparti relativamente al personale che assumono e cercando di concedere il colloquio a tutte le persone che lo richiedono .
Negli ultimi due anni per colpa della crisi le richieste di lavoro sono “scoppiate” ed onestamente, non riusciamo ad incontrare tante persone quante sono le richieste!

L’anno scorso è entrata in vigore la nuova raccolta differenziata con l’uso delle schede magnetiche. Secondo il parere di tanti cittadini il numero di svuotamenti minimi obbligatori è troppo alto e dovrebbe essere rapportato ad un periodo annuale e non ridotto a frazioni trimestrali. Con l’attuale metodo non si prende in considerazione la stagionalità perché d’inverno si fanno meno rifiuti (umido e secco) rispetto al periodo estivo. Ne consegue che durante l’inverno avanzano degli svuotamenti ed invece d’estate il cittadino deve pagare di più perché supera il numero minimo (senza considerare poi che i rifiuti che non sono a pagamento sono raccolti una volta ogni due settimane). Tutto ciò, a nostro modesto parere, ci fa pensare che la soglia di svuotamenti non è rapporta all’effettivo utilizzo del servizio, ma bensì a qualcosa di imposto dall’alto e su base forfettaria, logica incomprensibile in questo periodo di grave crisi economica per le famiglie.

Passato un anno la disapprovazione da parte dei cittadini rimane alta, in quanto non hanno avuto delle risposte in merito. Di conseguenza, cosa ne pensa l’azienda di tutto ciò?

SESA non è un’autorità di politica ambientale; SESA è un’azienda operativa si occupa di raccolta, fornendo gli impianti di riferimento territoriale o strategico per la gestione dei rifiuti. Spetta al Bacino Padova Tre determinare o cambiare le modalità di raccolta comune per comune.

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